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Tessera (mosaico)
Una tessera nell'arte musiva è un frammento di qualsiasi materiale che viene usata per la composizione di figure pittoriche. Le tessere erano chiamate in greco ̀αβακίσκοι (abakìskoi), quadrelli, da ̀άβαξ (àbax), tavoletta, mentre in latino abaculi, tesserae, tessellae. I materiali impiegati possono essere i più diversi per natura e colore (pietre, vetro, conchiglie), e possono essere pigmentate in oro o costituite da pietre dure e pietre preziose. Anche la forma e la dimensione delle tessere può variare in funzione delle dimensioni della figura che si vuole ottenere e della precisione della stessa.
Materiali più usati
[modifica | modifica wikitesto]Nella storia del mosaico molto numerosi e vari sono i materiali che sono stati impiegati per la produzione di mosaici. Fra questi si ricordano:
- i ciottoli;
- la pasta di vetro: effetto di trasparenza, colori vivi;
- i quadrati d'arenaria: taglio facile e resistenti al freddo;
- la ceramica smaltata: grande gamma di colori, ma è un materiale di difficile conservazione;
- il marmo: numerosi colori, grande resistenza, ma è un materiale molto pesante;
- l'oro e l'argento: si inserisce uno strato d'oro o di argento in una tessera di vetro; lo strato è protetto e si ha un effetto di luminosità.
Mosaico
Il mosaico è una tecnica policroma, ottenuta mediante l'utilizzo di frammenti di materiali, nata in Mesopotamia ed esportata nel mondo dell'antichità durante il periodo della dominazione ellenistica e romana. Le tessere di diversa natura e colore (pietre, vetro, conchiglie), sono decorate con oro e pietre preziose. Le opere bizantine, oppure mosaici[1], risalgono al V secolo d.C.
Indice
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Il mosaico nasce prima di tutto con intenti pratici più che estetici: l'argilla smaltata o i ciottoli venivano impiegati per ricoprire e proteggere i muri o i pavimenti in terra battuta.
Risalgono al 3000 a.C. le prime decorazioni a coni di argilla dalla base smaltata di diversi colori, impiegate dai Sumeri per proteggere la muratura in mattoni crudi.
Nel II millennio a.C., in area minoico-micenea, si iniziò ad usare, in alternativa all'uso dei tappeti, una pavimentazione a ciottoli che dava maggiore resistenza al calpestio e rendeva il pavimento stesso impermeabile, il che si ritrova anche in Grecia nel V secolo a.C.
A partire dal IV secolo a.C., vengono utilizzati cubetti di marmo, onice e pietre varie, che hanno maggiore precisione dei ciottoli, fino ad arrivare, nel III secolo a.C., all'introduzione di tessere tagliate.
Le prime testimonianze di un mosaico a tessere a Roma si datano attorno alla fine del III secolo a.C., per impermeabilizzare il pavimento di terra battuta. Successivamente, con l'espansione in Grecia e in Egitto, si svilupperà un interesse per la ricerca estetica e la raffinatezza delle composizioni.
Inizialmente le maestranze provenivano dalla Grecia e portavano con sé tecniche di lavorazione e soggetti dal repertorio musivo ellenistico, ma il mosaico romano diventerà poi indipendente, diffondendosi in tutto l'Impero: si preferiscono temi figurativi per lo più stereotipati, ma soprattutto motivi geometrici, arabeschi e vegetazione stilizzata.
Nel periodo imperiale avanzato il mosaico conobbe le sue espressioni più fulgide come dimostratoci dai ritrovamenti archeologici sia in occidente che in oriente. Si ricordano solo a titolo di esempio la Battaglia di Isso a Pompei, i mosaici di Villa del Casale in Sicilia e Zeugma sull'Eufrate. I temi di questi mosaici sono legati ad episodi storici famosi, alla mitologia classica, a scene di teatro o di vita quotidiana. Di periodo tardo imperiale sono anche i mosaici dell'area alto-adriatica: Altino e Aquileia. Quelli della basilica di Aquileia sono antichi esempi del mosaico con temi cristiani. La tradizione del mosaico continua con nuovi stilemi nel periodo bizantino. Tra le più alte espressioni, si ricordano le chiese di Ravenna, in particolare la basilica di San Vitale e quella di Santa Sofia a Costantinopoli. Di tradizione più tarda sono quelli del Torcello. Di influsso greco-bizantino sono anche i numerosi mosaici presenti nell'area mediorientale, tradizione che continuerà parzialmente con stilemi ancora diversi nel periodo del califfato omayyade.
Nell'arte romanica il mosaico non ha ruolo dominante per motivi economici e gli si preferisce l'affresco come decorazione parietale. Viene invece utilizzato per le superfici pavimentali, e vive il suo apice nel XII secolo, come testimonia il mosaico del Duomo di Otranto, risalente al 1163-1165. In Sicilia, invece, l'arte musiva assume una sua centralità nella ricca arte arabo-normanna delle cattedrali di Monreale e Cefalù, nella Cappella Palatina, nella chiesa della Martorana e nel Palazzo dei Normanni a Palermo. Tra il XI ed il XII secolo ha particolare sviluppo lo stile cosmatesco a Roma e in Italia centrale. La produzione sempre più vasta di piastrelle di ceramica verniciate sostituirà il mosaico pavimentale per il costo nettamente inferiore.
Nel Rinascimento il mosaico non è più mezzo creativo autonomo ma diventa virtuosismo: l'unico interesse è per l'apparente eternità del materiale musivo per rendere immortale l'opera pittorica.
In epoca manierista e barocca diventa definitivamente subordinato all'architettura e alla pittura: nel primo caso è utilizzato come rivestimento pavimentale, con preferenze per l'opus sectile e la palladiana; nel secondo caso viene preferito solo per la sua maggiore durata nel tempo e resistenza alle intemperie, per cui si trova soprattutto sulle facciate dei palazzi.
Il Novecento è il secolo che segna la rinascita del mosaico, in seguito alle esperienze di Impressionismo e Divisionismo, con cui ha in comune il frazionamento del colore, con l'avvicinamento a Espressionismo e Astrattismo per la semplificazione della forma e alla netta scansione cromatica, ma soprattutto grazie alla nascita del Liberty e del Decò, che lo solleveranno dal ruolo di arte secondaria.
In particolare, si ricordano Antoni Gaudí e Gustav Klimt per l'uso innovativo di questa tecnica ormai millenaria.
Per i suoi monumentali precedenti storici e in quanto tecnica duratura nel tempo, già nel XIX secolo il mosaico è stato riscoperto come arte adatta a comunicare contenuti sacrali e politici (in Germania negli anni '80 la Cappella Palatina di Aquisgrana antico luogo di incoronazione degli imperatori del Sacro Romano Impero, viene interamente ricoperta di nuovi mosaici, così come il nartece della Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche di Berlino, dove compaiono riuniti gli imperatori tedeschi del passato e del presente), ma sarà nel XX secolo, con i regimi autoritari degli anni '30, che il mosaico vivrà un vero e proprio revival come medium privilegiato delle aspirazioni al potere assoluto, all'incondizionato e all'eterno, tipici della propaganda dell'epoca (mosaici del Foro Italico a Roma, Mosaiksaal della Nuova Cancelleria del Reich a Berlino).
Pur avendo nobili e antiche origini il mosaico è tuttora un'arte praticata in tutto il mondo. In Italia naturalmente il centro del mosaico contemporaneo resta Ravenna, dove ha luogo la Biennale di Mosaico Contemporaneo.[2] Alla fine del 2005 il Centro internazionale di documentazione sul mosaico ha creato anche un archivio online intitolato Databank Mosaicisti Contemporanei, una vera e propria banca dati dei mosaicisti contemporanei per cercare informazioni e immagini relative ai mosaicisti, ai laboratori e alle loro attività artistiche.
Tecniche
[modifica | modifica wikitesto]Le tessere
[modifica | modifica wikitesto]Si possono adottare molti tipi di materiali, che permettono effetti diversi ed hanno ciascuno i propri vantaggi.
- i ciottoli;
- la pasta di vetro: effetto di trasparenza;
- i quadrati d'arenaria: taglio facile e resistenti al freddo;
- la ceramica smaltata: grande gamma di colori, ma di difficile conservazione;
- il marmo: numerosi colori, grande resistenza, ma molto pesante;
- l'oro e l'argento: si inserisce uno strato d'oro o di argento in una tessera di vetro; lo strato è protetto e si ha un effetto di luminosità;
- il vetro soffiato: effetto di trasparenza più sfocato.
I supporti
[modifica | modifica wikitesto]Il supporto più diffuso è il calcestruzzo (sabbia e cemento) dato il suo basso costo e la sua adattabilità a vari contesti. Si pone sulla parete una rete, quindi uno strato di calcestruzzo almeno di 13mm di spessore, così da proteggere il mosaico dalla fessurazione,.
Si possono usare altri supporti, come il legno (lo si rende impermeabile grazie ad un trattamento chimico, o immergendolo in olio bollente), il vetro, le fibre di legno premute e fissate (epoca contemporanea), o il compensato (epoca contemporanea).
Le colle
[modifica | modifica wikitesto]I Romani usavano fissare le tessere anche con la cera, che si è rivelata un ottimo collante. Molti mosaici di Piazza Armerina in Sicilia sono appunto stati fissati con questa tecnica e sono ancora saldi alle intonacature.
La più utilizzata è certamente la malta. È applicabile su tutte le superfici, si può aggiungere calce per rallentare il tempo di presa.
Si utilizzano anche adesivi a base di cemento, che sono concepiti in funzione del supporto, con vari tempi di presa. L'impiego di due tipi di colla bianca (normale e solubile in acqua) è anche frequente. Infine, in epoca contemporanea si constata l'utilizzo di adesivo siliconico.
Messa in opera del mosaico
[modifica | modifica wikitesto]Esistono tre metodi diversi:
- il metodo diretto: è il più semplice e il più rapido: dopo avere effettuato un disegno a carboncino sul supporto, si applica uno strato poco spesso di adesivo sulle zone da lavorare. Si dispongono inizialmente le tessere più grandi, quindi si inseriscono le più piccole; questa disposizione è realizzata dell'esterno verso l'interno. In seguito si applica uno strato di cemento (per le giunzioni tra le tessere) che si asporta dopo essiccazione.
- Il metodo indiretto: si attaccano le tessere alla rovescia su un supporto provvisorio, per ottenere una superficie piana. Quindi si incolla il tutto sul supporto definitivo, e si toglie il fondo provvisorio. Il supporto provvisorio raccomandato nei manuali è molto spesso la carta Kraft. Questo tipo di carta è sensibile all'adesivo solubile in acqua e si deforma. Le tessere incollate sulle convessità si troveranno nelle concavità una volta che si sarà attaccato l'insieme sul supporto definitivo. Il poliestere non impermeabile (completamente insensibile all'adesivo solubile in acqua) dà risultati migliori e si disincolla molto facilmente per il semplice fatto che l'acqua contenuta nelle giunzioni o il cemento adesivo ha rammollito l'adesivo solubile in acqua.
- Il metodo doppio: è una combinazione dei metodi diretti ed indiretti.
Materiali
[modifica | modifica wikitesto]Pietre naturali
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Risalgono al IV secolo a.C. mosaici greci e romani di pietre naturali, ciottoli di fiumi e marmi di cava. Le tessere lapidee venivano utilizzate prevalentemente nei mosaici pavimentali per la loro resistenza all'uso e perché possono essere levigate e lucidate. Tuttavia erano usate anche nei mosaici parietali per la varietà dei colori presenti in natura.
Si trovano in opera pietre di diverso pregio a seconda delle necessità estetiche o tecniche, per esempio il colore, la lavorabilità e i costi. La lavorabilità è una caratteristica determinante, che comprende la spaccabilità, ovvero la qualità specifica delle pietre a spaccarsi in un certo modo sotto i colpi della martellina: la frattura prodotta non deve essere né conoide né scheggiata.
Le pietre più usate nei mosaici sono i calcari, calcite pura o mescolata a minerali, perché più facili da lavorare e perché presentano più colori. È preferibile tuttavia utilizzarli in ambienti riparati o all'interno degli edifici, perché sotto l'azione degli agenti atmosferici il colore si altera: il nero diventa grigio e il rosso diventa giallo.
Si trovano anche graniti, porfidi e alabastri dall'Egitto; sieniti; breccia rosso Levanto e verde prato; marmo rosso di Castelpoggio o rosso antico e bianco di Carrara; marmi bianchi, verdi, rossi e neri dalla Grecia; dall'Asia il marmo Palombino e Pavonazzetto.
Per i colori che sono più difficili da reperire in natura ma anche per ragioni economiche, si producevano smalti, come per giallo e blu, oppure si cuoceva l'argilla fino a vetrificazione, per il rosso.
Talvolta si esponevano alla fiamma i marmi per ottenere sfumature di colore diverse: questo procedimento contribuisce anche a una migliore conservazione nel tempo.
Fino al I secolo d.C. si preferiscono materiali locali, solitamente calcari, tufo, selce. Solo in epoca imperiale si importano materiali pregiati per motivi estetici o per ostentare sfarzo, mentre dopo la caduta dell'Impero si continuano a utilizzare materiali pregiati ottenuti da spoliazioni di edifici già esistenti, fino al XIX secolo, quando cominciano ad essere applicate le prime teorie del restauro conservativo.
Vetri e smalti
[modifica | modifica wikitesto]Hanno grande fascino, per le sorprendenti e meravigliose suggestioni di luce che producono. Vengono prodotti per la mancanza di colori particolari in natura, oppure per creare superfici brillanti e resistenti all'acqua. Possono essere utilizzati per mosaici prevalentemente parietali, data la scarsa resistenza all'usura che li rende fortemente deperibili se sottoposti a calpestio. L'unica eccezione è costituita dalle tessere a foglia metallica che possono essere impiegate anche nella pavimentazione.
Specialmente in Egitto, erano associati alla lavorazione delle perle, colorate in verde e turchese. A Roma, solo sotto Augusto la fabbricazione di smalti ha notevoli proporzioni: ad Aquileia si trova un èmblema della Nereide su toro marino, costituito da smalti verdi e azzurri per ottenere gli effetti di trasparenza e rifrazione dell'acqua.
Nel XII secolo il monaco Teofilo descrive diverse specie di vetro colorato, opaco come il marmo.
Nel 1203, Venezia chiama i maestri vetrai di Costantinopoli e dà inizio alle fabbriche veneziane del vetro. La produzione di tessere musive vitree e metalliche a Venezia scompare verso la metà del XIII secolo e viene reintrodotta da Lorenzo Radi nell'Ottocento, con la riscoperta di segreti perduti, la sperimentazione di nuovi materiali e l'introduzione della lavorazione del mosaico a rovescio.
Angelo Orsoni contribuisce alle innovazioni con l'introduzione del riscaldamento a carbone e del rullo per pressare il vetro. Gli esperimenti con materiali nuovi danno origine però a smalti poco resistenti: a San Marco i mosaici dell'Ottocento sono più rovinati di quelli antichi.
Si distinguono diverse tipologie di tessere a matrice vetrosa:
- tessere in vetro omogeneo: tessere di colore omogeneo intenso nero, blu, viola, marrone e verde che impedisce la trasparenza e quindi la visione della malta di allettamento sottostante.
- tessere in pasta vitrea: tessere di vetro colorato nel quale sono disperse fasi (parti omogenee di un sistema che risultano delimitate da una superficie di separazione fisicamente definita, come ad esempio olio più acqua) cristalline o gassose per ridurne la trasparenza e modificarne la tonalità di colore. Possono essere semitrasparenti o opache; si producono in 4 o 5 toni di colore; le più intensamente colorate sono costituite da vetro trasparente, perché la colorazione impedisce di vedere la malta di fondo, mentre le gradazioni più chiare sono ottenute con la dispersione di un minerale cristallino bianco che aumenta l'opacità, con minor quantità di colorante.
- tessere opache: tessere in pasta vitrea nelle quali l'abbondanza di fasi cristalline rende completamente opaco il vetro.
- smalti: tessere traslucide e opache più brillanti e luminose in cui l'effetto di lucentezza è dovuto all'ossido di piombo: per questo sono detti anche vetri al piombo. Sono costituiti da una massa vetrosa portante in sospensione una dispersione colloidale di ossidi di vari metalli con funzione colorante, opacizzante e ossidante. Nel XV secolo a Venezia si producono nuovi materiali con colore intenso e maggiore gamma tonale: sono diversi dalle paste vitree per le superfici più brillanti e per la maggior facilità di taglio. La componente fondamentale è la silice, con aggiunta di fondenti per abbassare la temperatura di fusione: in passato si usava, fino al IX - X secolo, il sodio contenuto nel Natron (sesquicarbonato di sodio) proveniente da depositi egiziani; poi ceneri sodiche di piante litoranee, che contengono anche potassio, ma che rendono il vetro facilmente alterabile. Si aggiungono anche stabilizzanti, come ossidi alcalino-terrosi (ossido di calcio e di magnesio) o ossido di piombo, e formatori e modificatori, come ossido di alluminio per la colorazione e la rifrazione, o ferro, rame, cobalto, manganese, antimonio e stagno. È fondamentale l'aggiunta di ossido di piombo (10-50%) sotto forma di minio o litargirio, per avere maggior brillantezza, facilità di taglio senza scheggiature, superfici più lucide e una maggiore gamma di colori.
La colorazione avviene in due modi:
- aggiunta di quantità relativamente piccole di ossidi di elementi cromofori: cobalto per il blu, rame per il turchese, oro colloidale per il rosso, manganese per violetto e marrone, ferro per verde chiaro, azzurro e ambra, cromo per giallo e verde, selenio per rosa e rosso.
- presenza di sistemi colloidali di particelle insolubili, ossia di pigmenti stabili ad alte temperature: questo sistema è però meno stabile e dà risultati di minor qualità.
- tessere a foglia metallica: tessere nelle quali una sottile lamina di metallo battuto (oro, argento e loro leghe) è fissata a caldo fra due strati di vetro detti supporto (di qualche millimetro di spessore) e cartellina (di spessore più ridotto, anche inferiore al millimetro, ricopre la foglia metallica per proteggerla da ossidazione o distacco e per aumentarne la lucentezza). Risalgono ai vetri cimiteriali dei primi cristiani, fissati nella calce; la foglia veniva applicata al vetro con resina e protetta con vetro incolore. Teofilo tramanda che in epoca Bizantina la foglia era applicata su vetro, cosparsa di polvere di vetro, quindi rimessa in forno: questo non era possibile perché si formerebbero delle bolle.
A Venezia, nella prima metà del Quattrocento, la foglia veniva applicata a caldo sulla lastra e protetta da vetro soffiato direttamente sopra: questo dava una perfetta aderenza, uno spessore uniforme e il tono di colore voluto. Oggi le foglie hanno spessore di 0,15 µm (=0,15 millesimi di millimetro): 20 g corrispondono a 1 cm³, cioè a 6m² . Il supporto ha uno spessore di 5–10mm; su questo si appoggia la foglia, fatta aderire con acqua distillata, e poi la cartellina, di 0,1–1mm: il tutto viene scaldato nel forno fino al rammollimento dei vetri ma senza raggiungere la temperatura di fusione del metallo (960 °C per l'argento, 1063 °C per l'oro). Si tratta di un procedimento difficile, sia per rendere omogenea la pasta di fondo e la cartellina, sia per l'adesione della foglia durante il riscaldamento: se si usa un adesivo organico (come l'albume) questo si decompone producendo gas. Per fissare chimicamente il metallo al vetro, sul metallo deve formarsi dell'ossido: l'oro e l'argento si ossidano difficilmente, soprattutto l'oro; inoltre la diversa costituzione di metallo e vetro impedisce al vetro di aderire. È necessaria l'assoluta pulizia delle superfici, cosa che in fornace risulta molto difficile. Il raffreddamento, poi, crea tensioni tra metallo e vetro per la diversa contrazione dei materiali, provocando in alcuni casi il distacco della cartellina.
- paste vitree filate: dette anche "mosaico filato", sono costituite da barrette o "teche" ottenute filando il vetro fuso. Nei sec XVI e XVII l'operazione avveniva in fornace: una volta avvenuta la fusione del vetro, questo, anziché essere pressato, veniva colato in cataletti chiamati "trafile", di dimensioni e sezioni diverse. Le teche venivano quindi ricotte e temperate. Dal XIX secolo si preferisce invece la fusione alla fiamma: al posto dello smalto si utilizzano le "madritinte", ovvero paste vitree con un'alta densità di ossidi coloranti. Per ottenere il colore desiderato, si pongono più madritinte, a piccoli pezzi, in un crogiolo, che vengono fuse con una fiamma che raggiunge i 1000 °C, amalgamando bene la massa con "puntelli" metallici. Il fuso così ottenuto viene posto su una pietra refrattaria e pressato fino a dargli la forma voluta, rettangolare, triangolare, ecc., per poi essere nuovamente posto alla fiamma e tirato fino allo spessore voluto. Le teche possono raggiungere anche i 3m di lunghezza, con diametro da 5mm a meno di 1mm. Non richiedono ricottura.
Materiali organici
[modifica | modifica wikitesto]Certi artisti contemporanei hanno usato la tecnica del mosaico allontanandosi dall'uso dei materiali tradizionali con l'utilizzo di sostanze organiche sia nel loro aspetto naturale che preventivamente colorate.
Un esempio: Aldo Mondino per le sue opere della serie Raccolti in preghiera ha utilizzato semi e legumi: mais, grano, caffè, fagioli, piselli. In altri lavori (Biennale di Venezia, 1993) le tessere sono costituite da zollette di zucchero o cioccolatini.
Il riso nelle sue varie forme e colorazioni è invece il materiale con cui vengono realizzati i mosaici per la mostra internazionale Risalto che si svolge a Camino.
Tecniche di esecuzione
[modifica | modifica wikitesto]Mosaici parietali
[modifica | modifica wikitesto]Sul muro grezzo si stendeva l'arriccio, poi uno strato di malta (materiale) fine, costituita da marmo, calce e pozzolana. A San Marco si faceva uso di chiodi, anche 37 alm², per sostenere il mosaico: col tempo si è capito che non servono e inoltre ostacolano i restauri.
Nel XII e XIV secolo, a Firenze, si usano calce, polvere di marmo, tufo e gomme. Il Vasari tramanda una ricetta composta da calce, travertino, cocciopesto e albume: la calce aggiunta all'albume costituisce un cemento durissimo.
Metodo diretto
[modifica | modifica wikitesto]È il metodo classico: viene eseguito in sito, nelle condizioni di luce nelle quali l'opera verrà vista, importante soprattutto per l'effetto dell'oro. È possibile anche la prefabbricazione su pannelli in cemento armato spessi 2 cm, rinforzati da rete metallica; in tal caso il mosaico viene eseguito in laboratorio e montato con grappe di ottone.
Metodo indiretto
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Il mosaico viene preparato in laboratorio, con le tessere capovolte incollate con la colla di farina su fogli di carta o tela: è adatto per superfici piane, come pavimenti e rivestimenti di piscine, poiché le tessere risulteranno sullo stesso livello e avranno la stessa angolazione. Se il mosaico sarà di grandi dimensioni, la superficie verrà scomposta in parti più piccole e maneggevoli, con il perimetro che segue la decorazione o comunque con contorni frastagliati per mimetizzare meglio i giunti. Il mosaico o le sue sezioni vengono collocate sullo strato di malta o legante ancora fresco e poi battuto con un apposito strumento chiamato "batti", fino a che il legante non sia penetrato attraverso tutti gli interstizi fra le tessere. A questo punto si può asportare la carta e portare così alla luce il mosaico finito.
Sistema a rivoltatura
[modifica | modifica wikitesto]Diffuso dal XIX secolo, è più preciso del metodo indiretto e consente una maggiore ricchezza di dettagli. Dentro una cassetta di legno, delle dimensioni del lavoro finale o di una delle sue sezioni, con il fondo impermeabilizzato, si stende uno strato di argilla miscelata a pozzolana bagnata. Su questo si traccia il disegno preparatorio e vi si inseriscono direttamente le tessere. Una volta ultimato il mosaico, lo si ricopre con dei velatini di garza, eventualmente rinforzati con tela di canapa, fatti aderire con colla di farina o di amido. Non appena i velatini sono asciutti, si può rivoltare il mosaico, liberarlo dalla cassetta e asportare l'argilla, pulendo accuratamente le tessere. Il mosaico viene così trasferito sulla parete di supporto, come nel caso del metodo indiretto.
Mosaici pavimentali
[modifica | modifica wikitesto]In Grecia si scavava il suolo fino a 2m di profondità; veniva gettato uno strato di cementante con ciottoli e schegge di pietra per ottenere uno strato convesso, quindi un impasto di calce, sabbia e cenere spesso 15 cm, ben livellato; infine veniva posto il mosaico. Questo sistema era molto stabile.
I Romani usavano livellare la superficie, comprimere il suolo per una maggiore consistenza, quindi sistemare uno strato di ciottoli e pozzolana e uno di pozzolana e schegge di mattone, che venivano compressi; un successivo strato di calce, pozzolana e polvere di marmo la quale costituiva la base per il mosaico. Questo strato umido di malta è composta da materiali diversi con diverse quantità e granulazioni .Esse dipendono dal tipo di ordito, tipo di tessere, e tipo di utilizzo del tappeto musivo realizzato. Quindi si può scientificamente dire che ogni sottofondo musivo è tecnologicamente diverso e unico.
In epoca Bizantina si preferiva uno strato di mattoni accostati, ricoperto poi con pezzi di mattone, ghiaia, calce, pozzolana, mentre a Venezia veniva gettata una base di 10 cm di calce e pozzolana e un altro strato di 4 cm per allettare le tessere.
Mosaici su supporto autoportante
[modifica | modifica wikitesto]L'uso di questi supporti è documentato già in epoca romana: si tratta degli emblèmata, mosaici realizzati su lastre di pietra, legno, rame, ottone o terracotta, inserite successivamente nelle superfici da decorare, o delle icone portatili di epoca bizantina. Decorazioni musive si trovano anche su oggetti di arredamento, liturgico o profano, come altari, pulpiti, tavoli.
Il supporto può essere a "cassina", ovvero avere una cornice rialzata, oppure liscio, nel caso il mosaico vada inserito su una parete o appeso.
Il legante può essere costituito da calce spenta e polvere di mattone e di marmo, mescolate con acqua ed eventualmente olii o resine; stucco a olio; cera, bitume e pece greca, mescolati fra loro.
Sinopia e disegno preparatorio
[modifica | modifica wikitesto]La sinopia ha la stessa funzione che nell'affresco: definire la ripartizione degli spazi e creare una guida durante l'esecuzione. Viene tracciata sull'ultimo strato di preparazione, prima del legante vero e proprio, con colori rosso o nero stemperati in acqua o incidendo la malta fresca. Lo strato di legante viene steso a giornate, per evitare che asciughi prima che tutte le tessere siano state collocate. Su questo strato si riporta il disegno definitivo mediante cartone o spolvero: talvolta si completa con campiture sia come riferimento per i colori da utilizzare sia per portare a tono la malta che resterà in vista negli interstizi. Negli emblèmata veniva utilizzata una tecnica particolare: sul supporto viene colato uno strato di gesso, sul quale si appronta il disegno preparatorio. Il gesso viene poi rimosso a piccole sezioni, all'interno delle quali viene steso il legante. Il gesso che resta attorno alla zona rimossa servirà da contenimento al mosaico in fieri.
Leganti
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In antichità si usavano resine vegetali o bituminose, come anche il gesso o miscele di calce e cocciopesto o polvere di marmo o sabbia.
Nel 1800 si riprende lo stucco a olio, usato nel Rinascimento, e viene introdotto il cemento Portland. Oggi esistono in commercio svariati tipi di colle, stucchi e malte, anche se alcuni mosaicisti preferiscono prepararsi da sé l'intonaco tradizionale, con calce e sabbia fine.
Inserimento delle tessere
[modifica | modifica wikitesto]Le tessere vengono tagliate alla misura desiderata con l'ausilio della martellina e del tagliolo, oppure con una pinza speciale, quindi inserite nel legante per circa 2/3 del loro spessore, con le mani o con le pinzette in caso di dimensioni ridotte. L'orientamento varia a seconda della pressione esercitata e degli effetti di luce desiderati, specie nei fondi oro, in cui l'inclinazione arriva ai 45º. Questo procedimento crea una superficie irregolare, caratteristica dei mosaici più antichi, difficilmente riproducibile con il metodo indiretto, che presenta una superficie liscia e uniforme.
Mosaico moderno
[modifica | modifica wikitesto]L'avvento dell'industrializzazione e della catena di produzione ha portato ad una spaccatura nelle tecniche di produzione del mosaico.
Mosaico ceramico
[modifica | modifica wikitesto]Mosaico ricavato tramite smaltatura (colore-finitura) di un supporto in porcellana o ceramico, le tesserine vengono pressate a secco e successivamente smaltate oppure vengono ricavate tramite una sola singola pressatura con smalto in polvere secco. Quest'ultima tecnica è chiamata Monopressocottura, smalti e argille uniti (pressati) a secco, cottura a ca. 1.200 gradi, che garantisce un risultato tecnico ed estetico eccellente che lo posiziona tra i mosaici per esterni ed interni più venduti al mondo per durezza, durabilità e resa del colore anche dopo lunghe esposizioni al sole o ad agenti atmosferici.
Il mosaico ceramico è comunemente usato per creare composizioni ricavate da immagini scomposte in pixel di dimensioni standard oppure vendute tramite composizioni di miscele decori geometrici - floreali o monotinta. Un utilizzo di questo mosaico ceramico lo troviamo per rivestimenti e per pavimentazioni proprio per la capacità di garantire diversi livelli antisdrucciolo comunemente utilizzati nei centri benessere e nelle spa.
Mosaico vetroso o in pasta di vetro
[modifica | modifica wikitesto]Il mosaico vetroso
[modifica | modifica wikitesto]È la versione moderna delle soluzioni adottate da Etruschi e Bizantini e dagli artisti dell'antica Roma: ricavato da vetro colorato o da fondo colorato, è particolarmente indicato per successive incisioni e tagli, aprendo un ampio ventaglio di composizioni artistiche. Il vetro è però soggetto ad usura e variazione cromatica da raggi uv pertanto occorre particolare cura.
Il mosaico in pasta di vetro e in resina
[modifica | modifica wikitesto]La resina è il materiale più economico sul mercato[senza fonte]; permette di realizzare svariate composizioni con resina digitalizzata a stampa uv senza quindi andare a tagliare la singola tesserina. Il taglio della tesserina è tipico dei mosaici vetrosi che differiscono dai mosaici in resina per la trasparenza unica del suo genere dalle svariate rese coloriche.
Restauro pavimentale
[modifica | modifica wikitesto]Nell'XXI secolo si è visto l'affermarsi di una tecnica di restauro che vede la collaborazione dello storico dell’arte (per gli aspetti stilistici) con il restauratore (per quelli conservativi). Il parere tecnico di quest'ultimo circa le modalità della posa, i componenti delle malte e dei i materiali impiegati, può risultare determinante per« l'identificazione delle botteghe e per la collocazione cronologica del manufatto». Nel bagaglio culturale del restauratore sono entrate a far parte conoscenze di rilievo e documentazione quali l'analisi stratigrafica, fotogrammetria e laser scanner.
Secondo i Colloqui dell'Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico e dell'International Committee for the Conservation of Mosaics, all'interno dello stesso progetto di restauro musivo dovrebbero essere coinvolti anche archeologi, chimici, geologi e architetti. L'approccio interdisciplinare si unisce al principio del restauro in situ, rispettando il contesto di origine dell'opera, che è integrato in una superficie non casuale dell'edificio.
Almeno per i piani pavimentali antichi (cementizi, tessellati, sectilia, a commessi laterizi), tali idee hanno portato al superamento dello "strappo incondizionato" (mediante pannelli ovvero rulli), che separava l'opera d'arte dal rivestimento di origine per esporla come quadri alle pareti di un museo. Al restauro pavimentale mimetico, si è sostituita una tipologia di restauro filologico che è riconoscibile agli addetti ai lavori e reversibile, tale per cui è possibile riportare il manufatto allo stato nel quale è effettivamente pervenuto all'età moderna.[3]
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Toscana: Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa-Carrara, Pisa, Pistoia, Prato, Siena.
Trentino-Alto Adige: Bolzano, Trento.
Umbria: Perugia, Terni.
Valle d'Aosta: Aosta.
Veneto: Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza.
La vetrata è un insieme di tessere di vetro di diversi colori e a differenti gradi di opacità, montate su intelaiatura di legno o di metallo. Viene usata per sigillare ed eventualmente decorare finestre o altro genere di aperture nelle pareti. Può avere funzione di parete divisoria. La tecnica utilizzata con intento decorativo è la pittura del vetro.
Indice
Tecnica di costruzione
[modifica | modifica wikitesto]Sull'intelaiatura vengono montate le tessere di vetro: può trattarsi di vetro di crogiolo, la cui colorazione è ottenuta aggiungendo ruggine, cobalto o rame alle componenti di base (ossido di calcio e carbonato di potassio) o di vetro placcato (cioè vetro in più stratificazioni, per ottenere varie gradazioni di colore). Inizialmente, l'artefice appronta un cartone preparatorio. Su questa base, vengono tagliate le lastre, anticamente con l'aiuto di un ferro incandescente, poi con una punta di diamante (a partire dal XV secolo) e, attualmente, usando un tagliavetro munito di una rotellina di carburo di tungsteno autolubrificata con olio minerale. Le diverse lastre vengono montate su una griglia provvisoria ed eventualmente pitturate con l'utilizzo di grisaille, fissata poi con una cottura a temperature elevate. A questo punto, le lastre vengono unite con l'utilizzo di profilati di piombo e montate sull'intelaiatura.
Tecniche moderne e contemporanee
[modifica | modifica wikitesto]Nel corso degli ultimi due secoli l'evoluzione delle tecniche di lavorazione del vetro, la ricerca plastica di numerosi artisti e il variare degli stili architettonici hanno prodotto nuovi tipi di vetrate, destinate agli stessi usi di quelle tradizionali rilegate a piombo. Le principali sono: - la dalle de verre, montaggio di vetri colorati di forte spessore (2,5 cm) a mezzo di cemento o resina. - il metodo detto "Tiffany", vetrata dove ogni tassello di vetro è coperto da un fine nastro di rame che permette di saldare insieme i pezzi. - la vetrofusione o fusing, tecnica che permette di fondere insieme vetri di diverse colorazioni.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Le vetrate esistono fin dall'epoca romana e si sono evolute nei secoli seguenti grazie alle tecniche di lavorazione del vetro.
Origini delle vetrate
[modifica | modifica wikitesto]Con la scoperta della soffiatura a stampo intorno al 25 d.C. e il conseguente crollo del prezzo del vetro, nell'Impero romano si diffuse l'uso di decorare in maniera da attirare bellezza,gli edifici pubblici e le ville più prestigiose con vetri molto colorati montati su telai di legno o di metallo. Di queste prime vetrate, cui fa cenno più volte Plinio il Giovane nelle sue lettere, nulla ci resta.
Sotto Ottaviano Augusto, la produzione del vetro divenne una vera e propria industria. I primi visitatori della città di Pompei ebbero modo di osservare vetri ancora collocati nei telai delle finestre di edifici pubblici e abitazioni private. Seneca considerava recente l'uso di applicare lastre di vetro alle finestre.
Con la decadenza economica del V secolo, la produzione di vetrate cessa in Italia, mentre continua nei paesi del Nord Europa e nel Medio Oriente. Nel V secolo il vescovo Sidonio Apollinare descrive le vetrate della Basilica dei Maccabei a Lione.
Medioevo
[modifica | modifica wikitesto]Alcuni frammenti di vetri da finestra colorati e pani di vetro, risalenti alla fine del X e ai primi decenni dell'XI secolo, furono rinvenuti durante gli scavi archeologici effettuati tra il 1972 e il 1978 all'interno della Torre Civica a fianco del duomo di Pavia, si tratterebbe di una delle prime attestazioni in Occidente dell'uso di vetrate policrome[1][2], anche se le più antiche vetrate in situ ancora integre si trovano nella cattedrale di Augusta in Germania (del 1130 circa[3]). Si tratta di cinque figure dell'antico testamento (Mosè, Davide, Daniele, Osea e Giona), opera di Peter Hemmel di Andau, uniche rimaste di una serie più numerosa. Sono opere tutt'altro che primitive, che testimoniano una perfetta maturità tecnica e la conoscenza della pittura su vetro. La medesima abilità si riscontra nell'abbazia di Tegernsee, dove fiorì un importante laboratorio di vetrate, il cui influsso si estese in tutta la Baviera, superandone i confini verso est. A partire da quest'epoca le testimonianze di vetrate romaniche (di tema religioso, dai colori chiari, a pezzi grandi) si fanno sempre più numerose. Un altro esempio molto antico ancora in situ sono le vetrate della navata romanica della cattedrale San Giuliano di Le Mans in Francia occidentale, i cui fragmenti più antichi risalirebbero al 1120-1130 circa (parte centrale dellL'Ascensione di Cristo).
Pur diffusa in epoca romanica, questa tecnica costruttiva e decorativa raggiunse il suo apogeo con l'architettura gotica (soprattutto a motivo dello sviluppo tecnologico in termini di statica che questa architettura portò con sé), divenendone generalizzato l'uso nel secolo XIII.
Rispetto alla vetrata romanica i colori sono più scuri, i pezzi di vetro più piccoli, i soggetti si moltiplicano e comprendono più scene per finestra. Famose in tutto il mondo sono le vetrate della cattedrale di Chartres: eseguite fra il 1150 e il 1240 occupano una superficie complessiva di circa 7000 metri quadrati, per un totale di 176 finestre. Di grande interesse anche la cattedrale di Notre Dame e la Sainte-Chapelle a Parigi, dove la vetrata gotica incontra la sua massima espressione. La Francia è tuttora il paese che conserva il più gran numero di vetrate medievali nelle sue chiese, soprattutto nella Francia settentrionale.
In Italia invece l'uso di decorare le finestre delle chiese con vetrate figurative è un fenomeno di importazione, giunto attraverso l'affermarsi dello stile gotico. Per la realizzazione delle vetrate del Duomo di Milano, uno dei maggiori cicli esistenti in Italia, molti maestri vetrai furono fatti venire dalla Germania e dai paesi fiamminghi. Una vetrata autoctona è quella veneziana a rulli (dischi di vetro soffiato di circa 10 cm di diametro), montati a piombo, presente in molti edifici pubblici e chiese, soprattutto nell'Italia settentrionale.
Dal Rinascimento all'Ottocento
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Col prevalere dello stile rinascimentale, più sensibile alle rese prospettiche e ai volumi, la vetrata si adattò facendo sempre più uso della pittura. Una delle tecniche che iniziano a prendere piede in questo periodo è la grisaglia, utilizzata a partire dal XV secolo. Si tratta di uno smalto composto da ossido di rame e da un fondente utilizzato per realizzare sfumature e dare corpo a figure e decorazioni. Molte vetrate sono realizzate nel nord e certe zone del sud della Francia (in particolare in Normandia e Champagne), nelle Fiandre e i Paesi Bassi (si puo' citare l'attività di Dirck Crabeth), in Germania e Svizzera ma anche se più raramente in Spagna e in Italia. In Italia, si puo' citare l'attività del francese Guillaume de Marcillat nelle chiese di Arezzo negli anni 1510-1520. In Svizzera si sviluppa l'uso di vetrate domestiche, di piccole dimensioni a soggetto profano e spesso dipinte almeno in parte in grisaglia, un'usanza che si diffonde poi anche in Germania, nelle Fiandre e in Francia.
Con l'avvento del protestantesimo (e la conseguente iconoclastia) e della Controriforma inizia per le vetrate un periodo di declino. A partire dalla Svizzera si diffonde l'uso di piccoli pannelli decorativi di carattere laico, soprattutto stemmi, che ornano le finestre delle case. L'uso del diamante al posto del ferro arroventato permette tagli più arditi. Ma con il passare degli anni si assiste a una perdita di originalità.
Nel periodo barocco l'interesse per la vetrata diminuisce ulteriormente: la conoscenza delle tecniche si è persa tanto che nessuno è più in grado di eseguire i restauri. Solo alla fine del XIX secolo in Inghilterra, grazie alla corrente del Neogotico, in particolare per interesse dei pittori inglesi William Morris e sir Edward Burne-Jones, e in Francia con i restauri dei grandi edifici gotici da metà dell'Ottocento in poi, rinasce l'interesse per le vetrate, ma per avere risultati di pregio bisognerà aspettare almeno un ventennio. In Inghilterra, si tratta di vetrate per lo più di carattere laico, che ornano gli edifici neogotici, in Francia invece molte chiese, antiche come nuove, ricevono vetrate in stile neogotico o in stile moderno ottocentesco.
Art Nouveau ed epoca moderna
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A Venezia a metà Ottocento il vetraio muranese Pietro Bigaglia adorna la sua casa con delle vetrate che alternano rulli filigranati di sua produzione a parti in vetro colorato e trasparente.
Con l'Art Nouveau e il Liberty, la vetrata ha il suo grande rilancio, sviluppando forme e cromatismi nuovi. Louis Comfort Tiffany rinnova profondamente la vetrata sia dal punto di vista iconografico che tecnico, introducendo l'uso di vetri opachi, fatti produrre da lui stesso, e sostituendo il profilato in piombo con un nastrino di rame. Artisti come Antoni Gaudí, Mackintosh e Frank Lloyd Wright ne rinnovano profondamente l'aspetto formale.
In Italia mentre la ditta Beltrami lavora a Milano, a Venezia Teodoro Wolf Ferrari e Vittorio Zecchin propongono vetrate svincolate dall'architettura, di piccola dimensione e di grande impatto decorativo.
Attualmente dopo una parziale decadenza nel secondo dopoguerra (in cui ci si occupa soprattutto di restauri), ha fatto seguito una rinascita, con innovazioni che riguardano sia il piano formale che quello tecnico. Ricordiamo solo Chagall, le Corbusier e Anzolo Fuga. Dopo decenni di arredamento spoglio e minimalista l'uso della vetrata come decoro della propria abitazione è in rapida espansione.
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Friuli-Venezia Giulia: Gorizia, Pordenone, Trieste, Udine.
Lazio: Frosinone, Latina, Rieti, Roma, Viterbo.
Liguria: Genova, Imperia, La Spezia, Savona.
Lombardia: Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Mantova, Milano, Monza e della Brianza, Pavia, Sondrio, Varese.
Marche: Ancona, Ascoli Piceno, Fermo, Macerata, Pesaro Urbino.
Molise: Campobasso, Isernia.
Piemonte: Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Torino, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli.
Puglia: Bari, Barletta-Andria-Trani, Brindisi, Foggia, Lecce, Taranto.
Sardegna: Cagliari, Nuoro, Oristano, Sassari, Sud Sardegna.
Sicilia: Agrigento, Caltanissetta, Catania, Enna, Messina, Palermo, Ragusa, Siracusa, Trapani.
Toscana: Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa-Carrara, Pisa, Pistoia, Prato, Siena.
Trentino-Alto Adige: Bolzano, Trento.
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Valle d'Aosta: Aosta.
Veneto: Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza.
Tecnica di costruzione
[modifica | modifica wikitesto]Sull'intelaiatura vengono montate le tessere di vetro: può trattarsi di vetro di crogiolo, la cui colorazione è ottenuta aggiungendo ruggine, cobalto o rame alle componenti di base (ossido di calcio e carbonato di potassio) o di vetro placcato (cioè vetro in più stratificazioni, per ottenere varie gradazioni di colore). Inizialmente, l'artefice appronta un cartone preparatorio. Su questa base, vengono tagliate le lastre, anticamente con l'aiuto di un ferro incandescente, poi con una punta di diamante (a partire dal XV secolo) e, attualmente, usando un tagliavetro munito di una rotellina di carburo di tungsteno autolubrificata con olio minerale. Le diverse lastre vengono montate su una griglia provvisoria ed eventualmente pitturate con l'utilizzo di grisaille, fissata poi con una cottura a temperature elevate. A questo punto, le lastre vengono unite con l'utilizzo di profilati di piombo e montate sull'intelaiatura.
Tecniche moderne e contemporanee
[modifica | modifica wikitesto]Nel corso degli ultimi due secoli l'evoluzione delle tecniche di lavorazione del vetro, la ricerca plastica di numerosi artisti e il variare degli stili architettonici hanno prodotto nuovi tipi di vetrate, destinate agli stessi usi di quelle tradizionali rilegate a piombo. Le principali sono: - la dalle de verre, montaggio di vetri colorati di forte spessore (2,5 cm) a mezzo di cemento o resina. - il metodo detto "Tiffany", vetrata dove ogni tassello di vetro è coperto da un fine nastro di rame che permette di saldare insieme i pezzi. - la vetrofusione o fusing, tecnica che permette di fondere insieme vetri di diverse colorazioni.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Le vetrate esistono fin dall'epoca romana e si sono evolute nei secoli seguenti grazie alle tecniche di lavorazione del vetro.
Origini delle vetrate
[modifica | modifica wikitesto]Con la scoperta della soffiatura a stampo intorno al 25 d.C. e il conseguente crollo del prezzo del vetro, nell'Impero romano si diffuse l'uso di decorare in maniera da attirare bellezza,gli edifici pubblici e le ville più prestigiose con vetri molto colorati montati su telai di legno o di metallo. Di queste prime vetrate, cui fa cenno più volte Plinio il Giovane nelle sue lettere, nulla ci resta.
Sotto Ottaviano Augusto, la produzione del vetro divenne una vera e propria industria. I primi visitatori della città di Pompei ebbero modo di osservare vetri ancora collocati nei telai delle finestre di edifici pubblici e abitazioni private. Seneca considerava recente l'uso di applicare lastre di vetro alle finestre.
Con la decadenza economica del V secolo, la produzione di vetrate cessa in Italia, mentre continua nei paesi del Nord Europa e nel Medio Oriente. Nel V secolo il vescovo Sidonio Apollinare descrive le vetrate della Basilica dei Maccabei a Lione.
Medioevo
[modifica | modifica wikitesto]Alcuni frammenti di vetri da finestra colorati e pani di vetro, risalenti alla fine del X e ai primi decenni dell'XI secolo, furono rinvenuti durante gli scavi archeologici effettuati tra il 1972 e il 1978 all'interno della Torre Civica a fianco del duomo di Pavia, si tratterebbe di una delle prime attestazioni in Occidente dell'uso di vetrate policrome[1][2], anche se le più antiche vetrate in situ ancora integre si trovano nella cattedrale di Augusta in Germania (del 1130 circa[3]). Si tratta di cinque figure dell'antico testamento (Mosè, Davide, Daniele, Osea e Giona), opera di Peter Hemmel di Andau, uniche rimaste di una serie più numerosa. Sono opere tutt'altro che primitive, che testimoniano una perfetta maturità tecnica e la conoscenza della pittura su vetro. La medesima abilità si riscontra nell'abbazia di Tegernsee, dove fiorì un importante laboratorio di vetrate, il cui influsso si estese in tutta la Baviera, superandone i confini verso est. A partire da quest'epoca le testimonianze di vetrate romaniche (di tema religioso, dai colori chiari, a pezzi grandi) si fanno sempre più numerose. Un altro esempio molto antico ancora in situ sono le vetrate della navata romanica della cattedrale San Giuliano di Le Mans in Francia occidentale, i cui fragmenti più antichi risalirebbero al 1120-1130 circa (parte centrale dellL'Ascensione di Cristo).
Pur diffusa in epoca romanica, questa tecnica costruttiva e decorativa raggiunse il suo apogeo con l'architettura gotica (soprattutto a motivo dello sviluppo tecnologico in termini di statica che questa architettura portò con sé), divenendone generalizzato l'uso nel secolo XIII.
Rispetto alla vetrata romanica i colori sono più scuri, i pezzi di vetro più piccoli, i soggetti si moltiplicano e comprendono più scene per finestra. Famose in tutto il mondo sono le vetrate della cattedrale di Chartres: eseguite fra il 1150 e il 1240 occupano una superficie complessiva di circa 7000 metri quadrati, per un totale di 176 finestre. Di grande interesse anche la cattedrale di Notre Dame e la Sainte-Chapelle a Parigi, dove la vetrata gotica incontra la sua massima espressione. La Francia è tuttora il paese che conserva il più gran numero di vetrate medievali nelle sue chiese, soprattutto nella Francia settentrionale.
In Italia invece l'uso di decorare le finestre delle chiese con vetrate figurative è un fenomeno di importazione, giunto attraverso l'affermarsi dello stile gotico. Per la realizzazione delle vetrate del Duomo di Milano, uno dei maggiori cicli esistenti in Italia, molti maestri vetrai furono fatti venire dalla Germania e dai paesi fiamminghi. Una vetrata autoctona è quella veneziana a rulli (dischi di vetro soffiato di circa 10 cm di diametro), montati a piombo, presente in molti edifici pubblici e chiese, soprattutto nell'Italia settentrionale.
Dal Rinascimento all'Ottocento
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Col prevalere dello stile rinascimentale, più sensibile alle rese prospettiche e ai volumi, la vetrata si adattò facendo sempre più uso della pittura. Una delle tecniche che iniziano a prendere piede in questo periodo è la grisaglia, utilizzata a partire dal XV secolo. Si tratta di uno smalto composto da ossido di rame e da un fondente utilizzato per realizzare sfumature e dare corpo a figure e decorazioni. Molte vetrate sono realizzate nel nord e certe zone del sud della Francia (in particolare in Normandia e Champagne), nelle Fiandre e i Paesi Bassi (si puo' citare l'attività di Dirck Crabeth), in Germania e Svizzera ma anche se più raramente in Spagna e in Italia. In Italia, si puo' citare l'attività del francese Guillaume de Marcillat nelle chiese di Arezzo negli anni 1510-1520. In Svizzera si sviluppa l'uso di vetrate domestiche, di piccole dimensioni a soggetto profano e spesso dipinte almeno in parte in grisaglia, un usanza che si diffonde poi anche in Germania, nelle Fiandre e in Francia.
Con l'avvento del protestantesimo (e la conseguente iconoclastia) e della Controriforma inizia per le vetrate un periodo di declino. A partire dalla Svizzera si diffonde l'uso di piccoli pannelli decorativi di carattere laico, soprattutto stemmi, che ornano le finestre delle case. L'uso del diamante al posto del ferro arroventato permette tagli più arditi. Ma con il passare degli anni si assiste a una perdita di originalità.
Nel periodo barocco l'interesse per la vetrata diminuisce ulteriormente: la conoscenza delle tecniche si è persa tanto che nessuno è più in grado di eseguire i restauri. Solo alla fine del XIX secolo in Inghilterra, grazie alla corrente del Neogotico, in particolare per interesse dei pittori inglesi William Morris e sir Edward Burne-Jones, e in Francia con i restauri dei grandi edifici gotici da metà dell'Ottocento in poi, rinasce l'interesse per le vetrate, ma per avere risultati di pregio bisognerà aspettare almeno un ventennio. In Inghilterra, si tratta di vetrate per lo più di carattere laico, che ornano gli edifici neogotici, in Francia invece molte chiese, antiche come nuove, ricevono vetrate in stile neogotico o in stile moderno ottocentesco.
Art Nouveau ed epoca moderna
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A Venezia a metà Ottocento il vetraio muranese Pietro Bigaglia adorna la sua casa con delle vetrate che alternano rulli filigranati di sua produzione a parti in vetro colorato e trasparente.
Con l'Art Nouveau e il Liberty, la vetrata ha il suo grande rilancio, sviluppando forme e cromatismi nuovi. Louis Comfort Tiffany rinnova profondamente la vetrata sia dal punto di vista iconografico che tecnico, introducendo l'uso di vetri opachi, fatti produrre da lui stesso, e sostituendo il profilato in piombo con un nastrino di rame. Artisti come Antoni Gaudí, Mackintosh e Frank Lloyd Wright ne rinnovano profondamente l'aspetto formale.
In Italia mentre la ditta Beltrami lavora a Milano, a Venezia Teodoro Wolf Ferrari e Vittorio Zecchin propongono vetrate svincolate dall'architettura, di piccola dimensione e di grande impatto decorativo.
Attualmente dopo una parziale decadenza nel secondo dopoguerra (in cui ci si occupa soprattutto di restauri), ha fatto seguito una rinascita, con innovazioni che riguardano sia il piano formale che quello tecnico. Ricordiamo solo Chagall, le Corbusier e Anzolo Fuga. Dopo decenni di arredamento spoglio e minimalista l'uso della vetrata come decoro della propria abitazione è in rapida espansione.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]La costruzione di vetrate nel cantiere del duomo milanese cominciò a soli vent'anni dalla sua fondazione, all'inizio del Quattrocento, con i grandi finestroni dell'abside, che venivano man mano completati. Di queste prime vetrate non restano che scarsissimi frammenti, in quanto già nel secolo successivo molte di esse vennero rifatte: tra questi si conservano sei busti di vegliardi contenuti entro antelli trilobati, provenienti dalla distrutta vetrata di santa Giuditta e oggi inclusi nella vetrata di san Martino, attribuiti alla mano del celebre miniatore Michelino da Besozzo.
Nella seconda metà del Quattrocento la fabbrica si dotò di due forni da vetro appositamente per la realizzazione delle vetrate, particolarmente ampie e numerose nella zona absidale che allora veniva edificata. Alle maestranze italiane, con Stefano da Pandino, Niccolò da Varallo, Maffiolo da Cremona, Cristoforo de' Mottis e Franceschino Zavattari, si affiancarono maestri provenienti dai grandi cantieri vetrari delle cattedrali d'Oltralpe, in particolare della zona renana e dalle Fiandre.
Molte delle prime vetrate furono commissionate dai Visconti, allora duchi di Milano, dei quali riportavano spesso gli stemmi o le imprese. Successivamente le elargizioni per la loro realizzazione arrivarono dalle varie corporazioni delle arti e mestieri presenti in città, quali il collegio dei notai (vetrata di San Giovanni Evangelista), degli speziali (vetrata di Santa Giuditta), degli orefici, (vetrata di sant'Eligio), eccetera.
La produzione vetraria continuò per tutto il Cinquecento, quando furono realizzate le vetrate per le absidi nord e sud, e per tutti i finestroni della navata principale. Fra i mastri vetrai egemoni in questo periodo vi furono Corrado Mochis, proveniente dal cantiere del duomo di Colonia, e Valerio Perfundavalle, da Lovanio. Mentre in alcuni casi essi curarono la realizzazione delle vetrate a partire dal disegno, in altri casi trasposero su vetro cartoni realizzati da affermati pittori, quali l'Arcimboldo, Pellegrino Tibaldi, Carlo Urbino e altri artisti di scuola manierista[1].
La realizzazione delle vetrate si arrestò completamente nel XVII e XVIII secolo, per poi riprendere solo nell'Ottocento. Giovanni Bertini iniziò, a partire dal 1838, il quasi totale rifacimento dei monumentali finestroni dell'abside principale e delle due absidi dei transetti. Dopo la sua morte (1849) il lavoro fu proseguito dai figli Giuseppe e Pompeo.
Si era tuttavia persa la tecnica di realizzazione della vetrata tramite assemblaggio di vetri colorati su quali veniva riportato il disegno con la lavorazione a grisaille. Nel XIX secolo i vetri vennero invece realizzati col metodo della pittura a fuoco, con una tecnica molto più simile alla pittura, con la quale venivano fissati i colori su vetri originariamente neutri, dando luogo a risultati molto più modesti dal punto di vista luminoso e cromatico[2]. L'originale tecnica di composizione a mosaico di vetri colorati, e non più dipinti, venne ripresa nel corso del Novecento, da Aldo Carpi e dall'ungherese János Hajnal.
Descrizione e stile
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Vetrate di epoca tardogotica e rinascimentale (XV secolo)
[modifica | modifica wikitesto]Vetrata di San Giovanni Evangelista
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata di San Giovanni Evangelista (n. 1, prima campata della navata destra) è decorata con Storie di san Giovanni evangelista, tratte dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, qui ricomposte e restaurate negli anni sessanta. La vetrata fu commissionata dal collegio dei notai a Cristoforo de Mottis che la realizzò nel periodo 1473-1477[3]. Il gusto umanista che pervade gli episodi della vita del santo si manifesta negli eleganti costumi quattrocenteschi e nelle splendide architetture di gusto classico rese con rigorosa prospettiva[4]. L'opera raffigura trenta episodi della vita di san Giovanni evangelista, relativi all'opera di predicazione del santo e ai miracoli da lui compiuti dopo la morte di Gesù fino al martirio, rappresentato nel primo antello in basso a sinistra. La maggior parte degli episodi sono rappresentati entro edifici rinascimentali, quali porticati, basiliche, chiese rese con notevole attenzione per i particolari decorativi. Il restauro ha messo bene in luce il fine disegno che descrive minuziosamente le espressioni e i dettagli anatomici dei personaggi e le raffinate ornamentazioni delle architetture.
Sono rappresentati, dal basso verso l'alto:
1a) Supplizio di S.Giovanni - 1b) S.Giovanni a Patmos - 1c) Funerali di Drusiana
2a) S.Giovanni incontra Cratone - 2b) Disputa di S.Giovanni con Cratone - 2c) I due giovani distribuiscono le ricchezze ai poveri
3a) I giovani convertiti si lamentano della povertà - 3b) S.Giovanni conduce i giovani sulla spiaggia
4a) S.Giovanni risuscita il morto - 4b) Il racconto del morto - 4c) S.Giovanni obbliga i giovani al lavoro
5a) S.Giovanni guarisce i malati - 5b) S.Giovanni libera gli ossessi - 5c) S.Giovanni scaccia i demoni
6b) La rovina del tempio di Efeso
7a) La rivolta del popolo - 7c) La prova del veleno
8a) S.Giovanni risuscita gli avvelenati - 8b) Il battesimo di Aristodemo (copia di P.Bertini) - 8c) Aristodemo abbatte gli idoli e costruisce la chiesa
9a) Aristodemo distribuisce l'elemosina - 9b) La conversione del giovane - 9c) S.Giovanni consegna uno dei giovani al vescovo
10a) S.Giovanni a cavallo insegue i giovani - 10b) S.Giovanni guarisce gli ammalati - 10c) Gesù appare a S.Giovanni
11a) S.Giovanni fa scavare la fossa - 11b) La morte di S.Giovanni - 11c) Il rapimento di S.Giovanni[5]
Vetrata del Nuovo Testamento
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata del Nuovo Testamento (n. 5, quinta campata della navata destra), detta "foppesca", sebbene non sia opera diretta di Vincenzo Foppa, è decorata con Storie del Nuovo Testamento (1470-1475) ed è opera di maestri lombardi che si ispirarono alle opere del famoso pittore con influssi della scuola ferrarese. Sviluppa, a partire dall'Annunciazione in basso fino alla Crocifissione sulla sommità, la Storia della vita di Cristo, ed è molto ben conservata[3]. In essa è particolarmente evidente la tecnica a grisaille, con la quale gli antichi esecutori trasferivano sul vetro il disegno che i pittori realizzavano sui cartoni che fungevano da modello.
Vetrata di Sant'Eligio
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata di Sant'Eligio (n. 6, sesta campata della navata destra), conservatasi integralmente, narra le Storie di sant'Eligio, patrono degli orefici. Fu ordinata dal collegio degli orafi a Niccolò da Varallo, che la eseguì tra il 1480 e il 1489[3]. Ciascun episodio reca in basso il titolo in latino. Le raffigurazioni sono caratterizzate da toni semplici e familiari, molti dei quali mostrano scene di vita quotidiana del XV secolo[6]. La vita del santo è narrata cronologicamente dalla nascita, rappresentata in basso, e poi salendo la consacrazione, l'attività episcopale ed i miracoli. Diversamente dalle vetrate precedenti non tutti gli episodi sono confinati in un unico antello: la nascita, rappresentata nella quinta fila, è rappresentata in un dittico, e la fondazione del monastero, sulla decima fila, è un trittico.
Vetrata di San Giovanni Damasceno
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata di San Giovanni Damasceno (n. 25, navata destra del braccio nord del transetto) è decorata con le Storie di san Giovanni Damasceno e fu commissionata dal collegio degli speziali nel 1479 a Nicolò da Varallo. Gli antelli con la vita del santo mostrano una galleria di felici ritratti di personaggi, rappresentativi del periodo umanista in cui furono disegnati, ed inseriti in equilibrate architetture classiche rappresentate con rigore prospettico[3].
Vetrata dell'Apocalisse
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata dell'Apocalisse (n. 20, vetrata centrale dell'abside principale) era stata originariamente commissionata personalmente da Gian Galeazzo Visconti nel 1416 a Franceschino Zavattari, Maffiolo da Cremona e Stefano da Pandino. Alla fine del Quattrocento vi intervennero anche Cristoforo de' Mottis e Niccolò da Varallo. È detta anche della "raza" o sole visconteo dal gigantesco sole raggiato che vi campeggia nel mezzo, simbolo araldico, insieme al biscione, dei Visconti duchi di Milano. Fu rifatta a metà dell'Ottocento da Giovanni Battista Bertini e dai figli Pompeo e Giuseppe (1835-1839). Inizialmente era dedicata alla Visione dell'Apocalisse, di cui si conservano nella parte alta una cinquantina di pezzi del XV e XVI secolo[3]. All'esterno sono le sculture con l'Annunciazione, ai lati del rosone centrale, e l'aquila viscontea sulla sommità. Ciascun episodio, sempre narrato in un singolo antello, reca in calce il versetto dell'Apocalisse di San Giovanni a cui si riferisce. Sotto il rosone sono posti dieci scudetti, che riportano gli stemmi viscontei, quello di Milano e di due sestieri, Porta Orientale e Porta Vercellina.
- Vetrata dell'Apocalisse, XV secolo
- Vetrata dell'Apocalisse, XV secolo, particolare
Vetrate di epoca tardorinascimentale e manierista (XVI secolo)
[modifica | modifica wikitesto]Vetrate del Vecchio Testamento
[modifica | modifica wikitesto]Nella seconda campata della navata destra (n. 2) la vetrata è decorata con Storie del Vecchio Testamento di maestri lombardi e fiamminghi databili verso la metà del XVI secolo, e vetri raffiguranti la passione di Cristo ispirati alle incisioni di Albrecht Dürer. Provengono dai grandi finestroni absidali, rifatti nel corso dell'Ottocento[3].
Nella terza campata della navata destra (n. 3) si trova una vetrata con altre Storie del Vecchio Testamento, di maestri lombardi (Arcimboldi), renani e fiamminghi (metà del XVI secolo)[3].
La quarta vetrata della navata destra (n. 4) raccoglie episodi tratti dal Vecchio Testamento, realizzata da maestranze lombarde nel XVI secolo.
Vetrata del Nuovo Testamento
[modifica | modifica wikitesto]Si tratta di una vetrata ricomposta con frammenti del XVI secolo, (n.38, seconda campata della navata sinistra), provenienti dalla vetrata absidale dedicata al Nuovo Testamento rifatta nell'Ottocento. Illustra Avvenimenti del Nuovo Testamento, facenti parte del ciclo della Passione di Cristo[3].
Vetrata dei Santi Quattro Coronati
[modifica | modifica wikitesto]Nella quarta campata della navata sinistra (n. 36) la vetrata riporta le Storie dei Santi Quattro Coronati, opera manierista eseguita su disegno di Pellegrino Tibaldi nel 1567[3]. Sono tuttora conservati presso la Pinacoteca ambrosiana i cartoni di mano del Pellegrini, che Corrado Mochis traspose su vetro. Nella posa teatrale delle vigorose figure che animano gli episodi della vita dei santi, si manifesta chiaramente la derivazione romana dello stile del Tibaldi, e in particolare l'ascendenza michelangiolesca delle possenti rappresentazioni. Sono riportati, dal basso, il Miracolo degli scalpelli, il Battesimo in carcere dei quattro scultori convertiti, I quattro santi al lavoro, il Giudizio dei quattro santi, il Martirio davanti all'imperatore Diocleziano.
Vetrata delle Glorie della Vergine
[modifica | modifica wikitesto]La quinta campata della navata sinistra (n. 35) conserva la vetrata cinquecentesca dedicata alle Glorie della Vergine. Fu realizzata da Pietro Angelo Sesini e Corrado Mochis su cartoni di Giovanni da Monte, allievo di Tiziano. Uno degli episodi reca ancora la firma dell'artista (G.M.F., ovvero "Giovanni da Monte fecit"). Come altre vetrate manieriste eseguite durante l'episcopato di san Carlo Borromeo, dilata gli episodi rappresentati su più antelli, accrescendone la monumentalità. Chiara è la derivazione da Tiziano in molte scene, quali celebre Assunta dei Frari. Sono raffigurati, dal basso, la Pentecoste, il Transito e l'Assunzione (1565-1566)[3].
Vetrata di Sant'Elena
[modifica | modifica wikitesto]Nella sesta campata della navata sinistra (n. 34) la vetrata è decorata con le Storie di sant'Elena, di Rainoldo da Umbria e di Valerio Perfundavalle (1574), narranti il ritrovamento della Croce[3]. La vetrata è divisa in soli tre grandi episodi, che narrano la storia della madre di Costantino, la quale secondo la tradizione avrebbe rinvenuto la Croce di Cristo durante un pellegrinaggio a Gerusalemme. Il primo episodio in basso mostra Sant'Elena libera i prigionieri; segue più in alto la scena del Ritrovamento della Croce, e in cima il Miracolo compiuto dalla santa Croce.
Vetrata di San Giuseppe
[modifica | modifica wikitesto]Nella settima campata della navata sinistra (n. 33) la vetrata con le Storie di San Giuseppe di Valerio Perfundavalle da Lovanio, autore sia dei cartoni che della trasposizione su vetro[3]. Voluta da san Carlo Borromeo, è suddivisa in quattro scene: raffigura dal basso l'Annunciazione, visibile fra le statue, la Visitazione, la Natività e la Fuga in Egitto. Si tratta dell'ultima delle vetrate di epoca manierista conservate in Duomo, realizzata nel 1576.
Vetrata di San Giacomo Maggiore
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata con le Storie di san Giacomo Maggiore (n. 10, transetto destro) è opera di Corrado Mochis del 1554-1564[3]. Fu commissionata da papa Pio IV dei Medici di Marignano, il cui nome con il tradizionale stemma mediceo è inserito al centro della vetrata. Fu voluta per commemorare il fratello Giacomo, detto il Medeghino, condottiero sepolto nel monumento sottostante, e per questo dedicata all'apostolo Giacomo. I cinque episodi rappresentati sono espansi in otto antelli ciascuno, assumendo così scala monumentale. Sia la committenza papale che la rappresentazione delle figure, fanno ipotizzare l'ideazione da parte di un maestro della scuola romana. Mostra particolari innovazioni tecniche rispetto alle vetrate coeve, fra cui l'uso di tessere vitree più grandi, una gamma cromatica particolarmente accesa dominata dal contrasto fra i blu ed i rossi, e particolari bistrature che tendono a mettere in rilievo i volti e le fattezze delle figure.
Sono rappresentati, dal basso verso l'alto:
- I registro: busti di vescovi, Madonna e Cristo.
- II registro: Fileto disputa con Giacomo; Ermogene fa catturare Fileto perché non torni da Giacomo.
- III registro: a Fileto imprigionato viene mostrato il sudario con il volto di Cristo mandatogli da Giacomo; Fileto liberato miracolosamente ringrazia Giacomo; Ermogene evoca i demoni con pratiche magiche affinché incatenino Giacomo.
- IV registro: stemmi, insegne papali e grottesche.
- V registro: Giacomo soggioga i demoni che lo implorano di liberarli dal tormento del fuoco; Ermogene catturato dai demoni si prostra davanti a Giacomo.
- VI registro: Ermogene, convertito da Giacomo, diviene suo discepolo; Giacomo catturato è condotto davanti al sacerdote ebreo Abiatar.
- VII registro: Giacomo al cospetto di Erode; Giacomo condotto al supplizio incontra un paralitico e lo risana.
- VIII registro: Giacomo battezza Giosia convertito; il martirio di Giacomo e Giosia[6].
Vetrata di Santa Caterina d'Alessandria
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata, con Storie di santa Caterina d'Alessandria (n. 14, transetto destro) venne disegnata da Biagio Arcimboldi e dal figlio Giuseppe, meglio noto come l'Arcimboldo e realizzata da Corrado Mochis (1556). La vetrata costituisce una delle opere giovanili della formazione dell'artista, che divenne celebre alla corte dell'imperatore Rodolfo II per i bizzarri ritratti realizzati componendo fiori, frutta o animali in modo da far assumere alla composizione le sembianze di un volto umano. Gli episodi a lui ascrivibili della vetrata mostrano composizioni inconsuete e figure avvitate di tipico gusto manierista.
Vetrata di San Martino
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La vetrata (n. 15, transetto destro) con Storie di san Martino e la Presentazione della Vergine è del tardo Cinquecento ed è di vari artisti. A metà della vetrata spiccano i Profeti attribuiti a Michelino da Besozzo, che sono fra gli antelli più antichi conservati in Duomo[1].
Vetrata di Santa Caterina da Siena
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata, sulla sinistra dell'abside nord (n. 30), si presenta suddivisa in due parti orizzontalmente: la parte superiore racconta Storie di santa Caterina da Siena, ideate e condotte da Corrado Mochis. Benché datata al 1562, mostra affinità con le vetrate quattrocentesche narranti la vita dei santi. Tutti gli episodi sono infatti racchiusi in un unico antello ciascuno, per lo più in scene di interno caratterizzate da una prospettiva rigida. Mostra invece uno stile più libero e aggiornato la parte inferiore, con episodi della Vita della Madonna, disegnati da Giovanni da Monte nello stesso periodo (1562-1567)[3]. Di gusto tipicamente manierista appaiono il rosone sommitale e i trilobi che concludono la vetrata, decorati con fantasie di putti, grottesche e ghirlande di frutta intrecciate.
Vetrata degli Apostoli
[modifica | modifica wikitesto]A sinistra (n. 31, abside nord) si trova la vetrata dedicata agli Apostoli fu realizzata su cartoni del pittore cremasco Carlo Urbino del periodo manierista (1567)[3]. A differenza delle altre vetrate, i suoi antelli non sono decorati con narrazioni di episodi evangelici o agiografici, bensì mostrano a figura intera i dodici apostoli, oltre a raffigurazioni di altri santi in basso. Al culmine, è l'Incoronazione della Vergine. Le monumentali figure, rappresentate per lo più entro nicchie, rappresentano un capolavoro della maturità dell'artista, attivo in numerose chiese milanesi. Spiccano in particolare per la ricchezza cromatica e la definizione plastica, merito anche della sapiente trasposizione su vetro del Mochis[6].
Vetrate in stile romantico ed eclettico (XIX secolo)
[modifica | modifica wikitesto]Vetrata di Sant'Agnese e Santa Tecla
[modifica | modifica wikitesto]L'ottava campata della navata sinistra (n. 40) presenta una vetrata con Storie di sant'Agnese e santa Tecla, opera di Pompeo e Guido Bertini del 1897-1905[3].
Vetrata di Sant'Ambrogio
[modifica | modifica wikitesto]Sulla vetrata (n. 41) rifatta nell'Ottocento si trovano le Storie di sant'Ambrogio di Pompeo Bertini[3]. La vetrata è caratterizzata, rispetto alle precedenti di epoca rinascimentale, dall'uso di colori più spenti e da tonalità più chiare, fra le quali spicca in ogno episodio il rosso della tonaca di Ambrogio. Tutte le scene mostrano, sia nei costumi che nelle architetture sullo sfondo, una particolare attenzione nella ricostruzione storica degli eventi ambientati nella Milano tardoimperiale e una rigorosa costruzione prospettica.
Vetrata dei Santi Gervasio e Protasio
[modifica | modifica wikitesto]La vetrata (n. 9, navata destra) è opera di Giovanni Battista Bertini (1849) e presenta Storie dei santi Gervasio e Protasio[3].
Vetrate di San Giovanni Bono
[modifica | modifica wikitesto]Le tre vetrate dell'abside sud (nn. 11, 12, 13) dipinte, con Storie di san Giovanni Bono furono realizzate dal Bertini a metà dell'Ottocento (1839-1842)[3].
Vetrata di San Carlo
[modifica | modifica wikitesto]Nella navata destra del braccio nord del transetto la vetrata (n. 42) con Storie di san Carlo è del 1910[3].
Vetrate della Vergine
[modifica | modifica wikitesto]Il transetto nord è chiuso da un'absidiola che contiene la cappella della Madonna dell'Albero, cui fanno da sfondo tre vetrate (nn. 27, 28, 29) con Storie della Vergine interamente rifatte nell'Ottocento ad opera di Giovanni Battista Bertini (1842-1847)[3].
Vetrate absidali del Nuovo Testamento e del Vecchio Testamento
[modifica | modifica wikitesto]I tre finestroni absidali sono i più antichi ed i più ampi della cattedrale. Le due vetrate laterali (nn. 19, 21), di 130 pannelli ciascuna, contengono Storie del Nuovo Testamento e Storie del Vecchio Testamento. Furono integralmente rifatte in un arco di tempo che va dal 1833 al 1865 da Giovanni Battista Bertini e dai figli Pompeo e Giuseppe, allora direttore dell'Accademia di Brera. La vetrata centrale, dedicata alla Visione dell'Apocalisse mantiene invece nella parte alta una cinquantina di pezzi del XV e XVI secolo[3].
Vetrate della controfacciata
[modifica | modifica wikitesto]In controfacciata, le vetrate dei finestroni classicheggianti del primo livello sono del XIX secolo e furono realizzate dai fratelli Bertini, con san Carlo, sant'Ambrogio e san Michele, mentre è di Mauro Conconi santa Tecla. L'Assunta nella vetrata centrale fu realizzata su cartoni di Luigi Sabatelli.
- Storie di sant'Ambrogio di Pompeo Bertini
- Assunta, Luigi Sabatelli
- Visione dell'Apocalisse
Vetrate di epoca contemporanea (XX secolo)
[modifica | modifica wikitesto]Vetrata dei Beati cardinali Schuster e Ferrari
[modifica | modifica wikitesto]Nella settima campata della navata destra (n. 7) la vetrata, disegnata nel 1988 da János Hajnal, ricorda i beati cardinali Schuster e Ferrari, entrambi arcivescovi di Milano[3].
Vetrata di David
[modifica | modifica wikitesto]Nella prima campata della navata sinistra (n. 39) si trova la vetrata con le Storie di David di Aldo Carpi (1939)[3].
Vetrata di San Michele Arcangelo
[modifica | modifica wikitesto]Nella terza campata della navata sinistra (n. 37) la vetrata ritrae la Battaglia tra san Michele Arcangelo e il diavolo ed è di Giovanni Domenico Buffa (1939)[3]. Unica fra tutte le grandi vetrate, ritrae un unico episodio lungo i suoi 17 metri d'altezza. È caratterizzata da toni di acceso espressionismo, con i quali è descritta con grande veemenza e audacia l'assalto con cui gli Arcangeli, rappresentati in alto sotto la guida di Michele, precipitano i demoni tra le fiamme dell'inferno.
Vetrate del tiburio
[modifica | modifica wikitesto]Al centro della chiesa si apre il tiburio. Le vetrate sono del 1968 e raffigurano gli eventi del Concilio Vaticano II[3].
Vetrate della controfacciata
[modifica | modifica wikitesto]In controfacciata, le vetrate dei finestrini neogotici situati in alto sono degli anni cinquanta del XX secolo, realizzate dall'ungherese Hajnal, recuperando i vivi colori della tradizione medioevale[3]. Rappresentano, ai lati, la Chiesa e la Sinagoga, mentre al centro la Trinità con un'insolita iconografia.